Don Chisciotte alla Don Chisciotte

Francesco Balsamo, Pedro Cano, Piero Guccione, Perluigi Isola, Jonathan anson, Ana Kapor, Giuseppe Modica, Mordecai Moreh, Vladimir Pajevic

Dal 16 novembre 2007 al 6 gennaio 2008

Comunicato Testo Critico Opere


Un omaggio di nove artisti al «cavaliere dalla triste figura» Un Don Chisciotte che si perde nella nebbia (Piero Guccione), che scrive lettere impossibili a Dulcinea (Pierluigi Isola), che si cela dietro una piuma (Francesco Balsamo). O che, in compagnia del suo fido scudiero, si ripara all’ombra di un albero gigantesco (Vladimir Pajevic). Ma anche un hidalgo in versione contemporanea, con tanto di computer sul tavolo (Jonathan Janson). E ancora i paesaggi incantati della Mancha (Ana Kapor), il primo incontro coi mulini (Giuseppe Modica), l’elmo di Mambrino che si rovescia e torna ad essere catino (Pedro Cano).
La mostra, curata da Giuliano de Marsanich e Giulia Collina, propone le opere di artisti di diversi Paesi, molte delle quali inedite e realizzate nel 2007 come omaggio al «Cavaliere dalla triste figura». A queste si aggiungono opere di altri autori, tra i quali Mordecaï Moreh, realizzate in anni precedenti e per l’occasione riproposte dalla Galleria Don Chisciotte. Il catalogo accoglie i testi di Fulvio Abbate, Luca Canali, Vincenzo Consolo e Maurizio Scaparro, amici storici della Don Chisciotte, che propongono una personale riflessione sull’ingenioso hidalgo di Cervantes.
«Lo sventurato ma positivo eroe di tutte le cause illusoriamente perse a difesa delle idealità frantumate dalla brutalità del pragma economico­sociale… una specie di buffo ma insieme commovente capro espiatorio di una società incapace di generosità e di sia pur illudente fantasia», secondo la lettura che ne fa Luca Canali. Un Don Chisciotte ripensato anche nel suo ruolo di ispiratore e nume tutelare della galleria di via Brunetti, fondata nel 1962 da Giuliano de Marsanich. Come nel breve ritratto che Fulvio Abbate dedica al fondatore: «Anche Giuliano de Marsanich, a suo modo, assomiglia a un Don Chisciotte, per il modo che ha di coltivare laicamente la memoria, gli scacchi, la conversazione, la rivolta, l’ironia, il sarcasmo, per le sue mani di artista e artigiano».
Ma anche, secondo la riflessione suggerita da Maurizio Scaparro, il Don Chisciotte utopista e visionario, paragonabile all’artista nel momento in cui si libera degli schemi prestabiliti e attinge al profondo di sé: «C'è da chiedersi se quella di Don Chisciotte fu vera follia. O piuttosto una consapevole ribellione al linguaggio e al comportamento pianificato che esclude o emargina alcune volontà o possibilità profonde dell'uomo».
Infinite chiavi di lettura e interpretazioni, come ben spiega Vincenzo Consolo alla fine del suo scritto: «E si potrebbe continuare all’infinito. Perché infinito è questo romanzo, che non si conclude con la morte del Cavaliere dalla Triste Figura, del “sublime pazzo”, come lo chiama Unamuno, ma continua e continua nel tempo; infiniti sono “i deserti e gli incroci di strade”; e il “lugar de la Mancha” non è senza nome ma ha tutti i nomi, tanti quanti sono i villaggi del mondo».

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